Carenza di personale infermieristico: un confronto tra l’Italia e i paesi europei

di Luca Croci

Dichiarato dall’OMS “Anno internazionale dell’infermiere e dell’ostetrica”, il 2020 non poteva mettere in luce in modo più drammatico l’importanza della figura professionale dell’infermiere a tutti i livelli dell’assistenza sanitaria. La pandemia Covid-19 ha di fatto esacerbato il problema già grave della carenza di personale infermieristico osservato da tempo in molti paesi del mondo e ha sottolineato ancora una volta le difficili condizioni nelle quali viene esercitata questa professione, in termini di precarietà, sovraccarico di lavoro e insufficienza degli investimenti.

Secondo il rapporto Health at a glance 2020[1] dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), se il numero di infermieri nei paesi europei è in aumento, con una media di 8,2 infermieri per 1000 abitanti nel 2018 contro 7,4 nel 2008, le disparità tra i paesi sono molto importanti sia per il numero di infermieri sia per la sua evoluzione nel decennio preso in considerazione. Mentre la Germania conta 13,2 infermieri per 1000 abitanti, la Francia 10,8 e la Svizzera 17,6, l’Italia non solo si situa a un valore di 5,7 ma registra una regressione rispetto al dato del 2017 di 5,8 infermieri per 1000 abitanti. La FNOPI (Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche) afferma che in Italia mancano 53 000 infermieri, una carenza aggravata dalla pandemia che ha indotto un maggior numero di pazienti e una diminuzione di infermieri a loro volta contagiati o deceduti a causa della malattia.

 

L’OCSE analizza anche il rapporto tra il numero di infermieri e quello di medici che è di 3,2 in Francia, di 3,1 in Germania, di 2,7 nel Regno Unito, di 1,5 in Spagna e di 1,4 in Italia. Alcuni paesi tendono a compensare la carenza di personale medico con l’aumento di infermieri specializzati o nurse practitioner che si posizionano all’interfaccia tra i medici e gli infermieri. Introdotte, ad esempio, nel sistema sanitario del Regno Unito, della Finlandia e dei Paesi Bassi, queste figure professionali, alla fine di un percorso formativo avanzato, possono assumere ruoli più complessi e seguire pazienti affetti da patologie croniche, contribuendo così alla riduzione dei ricoveri, dei tempi di attesa e dei costi. L’impatto di quest’ultimo parametro pesa naturalmente in modo diverso a seconda dello scarto tra lo stipendio dei medici e quello degli infermieri di ogni paese. Questo approccio, adottato più diffusamente negli Stati Uniti, è accolto in modo positivo dai pazienti, ma esige un importante aggiornamento della legislazione, dei percorsi formativi, e dei sistemi di finanziamento e di rimborso.

La carenza di infermieri è uno degli aspetti chiave del dibattitto sulla resilienza del sistema sanitario di fronte a una situazione di emergenza come la pandemia Covid-19 ma esige da tempo una soluzione anche sul medio e lungo termine in risposta all’invecchiamento della popolazione e quindi all’inesorabile aumento dei bisogni in assistenza sanitaria. Nel suo rapporto Health at a glance 2019,  l’OCSE sottolineava come l’aumento del numero della popolazione anziana richieda una ristrutturazione dei servizi medico sociali e una mobilizzazione importante di personale sanitario in un sistema di assistenza che prevederà sempre più strutture di lungodegenza, team multidisciplinari e trattamenti prolungati. Si stima infatti che gli anziani di più di 75 anni necessitino di 27 volte più di assistenza infermieristica delle persone di meno di 65 anni[2]. Questi dati sono estremamente eloquenti se si considera che in Italia più del 20% della popolazione ha più di 65 anni e che circa l’8% ne avrà più di 85 nel 2050.

A questa situazione si aggiunge un invecchiamento del personale sanitario stesso (i dati disponibili per i medici dicono che in Italia nel 2017 i medici di più di 55 anni rappresentavano il 55% della categoria, il valore più elevato di tutti i paesi europei) e il pensionamento massivo della generazione dei baby boomer.

Le strategie per aumentare nel breve e medio termine il numero di infermieri si basano essenzialmente sulle migrazioni del personale sanitario e sull’incremento del numero di diplomati.

La Germania, ad esempio, dopo aver introdotto negli ospedali una soglia minima di personale sanitario da rispettare per non incorrere in sanzioni, ha avviato delle campagne di assunzioni all’estero in paesi come il Kosovo, le Filippine, il Messico, ma anche l’Italia, offrendo un trattamento salariale e condizioni contrattuali estremamente attrattive (stipendi il 40% superiori a quelli italiani).

In Italia il numero di infermieri formati all’estero è aumentato tra il 2007 e il 2015 in seguito all’arrivo di professionisti provenienti soprattutto dalla Romania (entrata nel 2007 a far parte dell’Unione Europea), ma è declinato negli anni successivi.

La maggior parte dei paesi dell’OCSE ha avviato anche una politica tesa all’incremento del numero dei nuovi diplomati i cui effetti, a differenza dell’assunzione di personale formato all’estero, non possono essere visibili però che a medio termine. Nel 2017 la Germania contava 54,5 infermieri neo diplomati per 100 000 abitanti, contro 40,8 per la Francia e 20 per l’Italia.

Oltre alle reali possibilità di accesso alla formazione e alle dinamiche demografiche, il numero di infermieri in attività risente di certo anche dello scarso interesse suscitato dalla professione a causa delle difficili condizioni di lavoro aggravate proprio dalla mancanza di effettivi, del trattamento salariale e della gravosità delle mansioni.

In Italia la categoria denuncia una forte precarietà della professione, la moltiplicazione di contratti Co.Co.Co., talvolta la richiesta di partita IVA, orari di lavoro troppo intensi, stipendi bassi e, non ultimo, un incremento insufficiente del numero di studenti che possono accedere al percorso formativo universitario. Vengono inoltre messi in evidenza un impiego inappropriato delle competenze professionali in mansioni non pertinenti e la necessità di potenziare le specializzazioni, le responsabilità e l’ambito d’azione degli infermieri. La FNOPI afferma che l’Italia perde ogni anno tra 2500 e 4500 infermieri (dati 2018).

I protocolli di sicurezza sanitaria delle compagnie da crociere sono stati riconosciuti dalla nuova Commissione ministeriale per il trasporto Covid-free come best practice su cui lavorare e, sebbene con un’offerta ridotta di itinerari, le compagnie da crociera hanno ufficialmente riaperto gli imbarchi per il 2021 all’inizio del mese di maggio.

Anche in Francia il Sindacato nazionale degli infermieri esprime il malessere della categoria denunciando che il carico di lavoro per infermiere è raddoppiato negli ultimi 10 anni e subisce le conseguenze della politica dei ricoveri che, escludendo sempre di più le patologie lievi trattate in ambulatorio, incrementerebbe negli ospedali il numero dei casi severi più delicati da gestire da parte degli infermieri e più esigenti in termini di rapporto tempo/paziente. A questo si aggiunge il mancato riconoscimento della gravosità della professione, il frazionamento delle ferie, i pensionamenti anticipati, il sovraccarico di lavoro: tutti fattori che contribuiscono a una crescente sofferenza della professione.

In questo contesto l’OMS indica ai governi cinque azioni chiave a favore della categoria degli infermieri: investire in servizi diretti da infermieri, impiegare più infermieri specializzati, mettere gli infermieri al centro dell’assistenza sanitaria di base, aiutare gli infermieri nella loro azione di promozione della salute e di prevenzione, investire nella leadership infermieristica. Insomma, agire concretamente per valorizzare una professione troppo spesso sottostimata e tuttavia cruciale nel breve, medio e lungo termine.