I rischi in RSA: normative e criticità
Cadute, contenzione, sorveglianza notturna ma anche piccole ferite accidentali, tentativi di fuga… sono tantissime le situazioni a “rischio” in una casa di riposo, non solo per gli ospiti, anziani, spesso malati e molti con demenze, ma anche per gli operatori che hanno a che fare tutti i giorni con loro. Ne abbiamo parlato con Luca Croci, Direttore della RSA Il Palio di Legnano e Responsabile dell’Ufficio Pubblica tutela dell’ATS Insubria.
“Da un punto di vista legislativo e burocratico esistono linee guida condivise che tutelano entrambe le categorie: dai protocolli nazionali di settore, che sono un contenitore molto ampio di direttive, fino ai protocolli aziendali interni che danno le istruzioni e le modalità operativa all’interno delle singole strutture, alla normativa generale di riferimento relativa all’appropriatezza e al controllo secondo le indicazioni ministeriali. Ci sono poi molteplici strumenti di controllo per la gestione di quelle che possono essere o diventare situazioni di rischio, sia per gli operatori sia per gli ospiti: basti pensare ai requisiti di appropriatezza previsti dalla Regione Lombardia per l’accreditamento, o alla legge Gelli Bianco che introduce la responsabilità professionale per medici e infermieri, ma anche a una serie di iniziative che si costituiscono al livello di singola struttura, come ad esempio i comitati formati dal dirigente sanitario e dal referente infermieristico con il compito di gestire le segnalazioni di rischio e capire come risolvere le eventuali criticità.
E proprio mentre l’Istat lavora alla costruzione di un Registro sulla disabilità, sembra importante ribadire come le persone che soffrono di demenza siano a tutti gli effetti in una condizione di disabilità, sebbene in modo difficilmente quantificabile a causa dell’andamento variabile del disturbo tanto nella progressione che nella durata.
Se quindi da un punto di vista normativo – prosegue Croci – le indicazioni ci sono, è poi nell’applicazione pratica e nella vita quotidiana di una RSA che emergono alcune criticità. Prendiamo ad esempio la questione della contenzione, uno dei temi più discussi e controversi quando si parla di case di riposo e anziani. Non sempre i famigliari comprendono il perché di un intervento di questo tipo, anche se è integrante di un percorso di trattamento corretto per la sicurezza del loro caro (Capita alle volte che sia l’ospite stesso a chiedere le sbarre al letto per paura di cadere). C’è poi il tema della consapevolezza dell’ospite e del suo diritto alla salute: quanto è consapevole il paziente di quello che gli viene fatto e quanto viene considerata la sua volontà? E quando non lo è, ci dovrebbe essere un tutore o un amministratore di sostegno a scegliere per lui. Di fatto, sono sempre i famigliari a decidere.
Ci dovrebbe essere un bilanciamento – non sempre facile da raggiungere – tale per cui le misure di sicurezza siano tali da portare un beneficio alla salute dell’ospite, senza lederne la privacy. Ma le telecamere in una struttura quanto la violano? O, altro esempio, oggi esistono delle fasce da mettere sotto il materasso che rilevano se il letto è occupato o meno. Se per un tot di tempo il letto risulta non occupato, l’infermiere di turno viene avvisato. Sicuramente un metodo utile per la sicurezza dell’ospite ma quanto invasivo della sua sfera di privacy e di consenso? Sono più i costi o i benefici di tecnologie di questo tipo? Sono tutti interrogativi a cui non è facile rispondere e che probabilmente vanno analizzati caso per caso per trovare la soluzione, appunto, in grado di conciliare sicurezza e diritti della persona.
Sicuramente – e su questo non si discute – va combattuta qualsiasi forma di limitazione della libertà e della privacy utilizzata per logiche puramente organizzative, per mancanza di personale o per comodità di gestione. Cosa che, invece, talvolta accade. Altro concetto a mio avviso importante da trasmettere – conclude Croci – è relativo ai controlli. ATS, NAS e Vigili del fuoco ne effettuano diversi nel corso dell’anno in ogni struttura. In particolare quelli dell’ATS sono 4 (in alternanza): di appropriatezza, gestionale, strutturale e, infine, sugli aspetti igienici, alimentari e di sicurezza. Questi controlli non devono spaventare le strutture né essere vissuti dai famigliari e dall’opinione pubblica come il segnale di qualcosa che non va: al contrario, i controlli sono fatti proprio per garantire e assicurare il benessere delle persone – ospiti e personale – e quindi sono non solo necessari ma anche auspicabili come occasione di confronto per il miglioramento del funzionamento della RSA”.
Contenzione quali le alternative?
Già dal 2014 Trieste è stata nominata Città libera da contenzione, perché in nessuna delle 90 case di riposo pubbliche e private del territorio (per un totale di 3.000 anziani*) viene più utilizzata nessuna forma di contenzione, né meccanica né farmacologica né ambientale (orari ristretti per le visite dei parenti, porte chiuse, impossibilità di uscire). Quali le alternative? Innanzitutto applicare nuove metodologie di approccio alla persona, fatte di buone pratiche quali ad esempio l’osservazione dei pazienti da parte di team multidisciplinari in cui ogni figura professionale è chiamata a valutare e dare il proprio contributo per creare un’assistenza personalizzata basata sull’analisi del comportamento di ciascun ospite. E ancora, assicurare una presenza costante dei famigliari – o, in caso di loro assenza, di volontari – all’interno della RSA per supportare il lavoro degli operatori, spesso sotto dimensionati (in realtà rispettando comunque i parametri previsti dalla normativa regionale di riferimento. ) e stressati dal tipo di lavoro svolto; infine, investire maggiormente sulla formazione e l’aggiornamento del personale, da un lato per valorizzarne le professionalità, dall’altro per metterlo in grado di migliorare il livello e le modalità di assistenza.