Crisi sanitaria COVID-19 e anziani affetti da demenza in Italia
di Luca Croci
Ha partecipato anche la RSA Il Palio alla conferenza mondiale di ADI (Alzheimer’s Disease International), che si è svolta dal 10 al 12 dicembre 2020. Prevista originariamente per il mese di marzo a Singapore (vedi Sesta Stagione di aprile), a causa dell’emergenza Covid-19 l’incontro è stato prima rimandato a dicembre e poi riorganizzato in forma virtuale, ma non ha perso la propria natura di grande evento dedicato al mondo della Demenza, con oltre 1.000 partecipanti da più di 100 Paesi.
Durante la tre giorni di convegno, il Direttore de Il Palio, Luca Croci, ha presentato un’analisi sulle conseguenze della diffusione del Covid-19 per le persone affette da demenza in Italia, maturata dall’esperienza diretta della gestione di anziani con queste genere di disturbo. Nella residenza legnanese, infatti, esiste un apposito reparto che accoglie una decina di ospiti. Di seguito una sintesi del suo intervento.
Il rapporto del 4 giugno 20201 elaborato dall’Istat congiuntamente con l’Istituto Superiore di Sanità sulla mortalità dovuta all’infezione da COVID-19 nel primo quadrimestre del 2020 evidenzia che nelle province a elevato livello di diffusione le classi di età con il più importante eccesso di mortalità sono quelle dei 70-79 e 80-89 anni per gli uomini e di 90 anni e più per le donne. Quest’ultima è la classe di età con il maggior scostamento della mortalità rispetto al periodo precedente alla pandemia, senza distinzione di sesso, anche nelle zone a media e bassa diffusione. Sia per gli uomini che per le donne, il numero dei decessi da COVID- 19 nella popolazione generale sono concentrati nella fascia di età 80-89 anni. Tra i pazienti deceduti, il 16,1% era affetto da demenza (23,3% per le donne e 12,6% per gli uomini): un dato poco sorprendente se si considera che, secondo l’Osservatorio demenze dell’Iss, sono più del 20% degli ultraottantenni a esserne colpiti, pari a circa 1 milione di italiani e oltre 50 milioni di persone nel mondo.
Secondo l’ADI, non ci sono dati che permettano di affermare che le persone affette da demenza presentano dei sintomi della malattia da SARS-CoV-2 più severi rispetto alle persone della stessa età e nelle stesse condizioni di salute. Tuttavia, l’OMS, pochi giorni dopo aver dichiarato lo stato di pandemia,
ha messo in evidenza le ripercussioni della malattia sulla salute mentale e ha identificato come particolarmente fragili le persone anziane affette da demenza e deficit cognitivo, nelle quali il confinamento può indurre un maggior livello di ansia, collera, stress e agitazione. La difficoltà delle persone affette da demenza ad accedere a informazioni accurate e ad applicare le misure sanitarie di contenimento le rende particolarmente vulnerabili e di fatto molto più esposte al contagio. I limiti risiedono non solo nella loro capacità di comprendere le precauzioni igienico-sanitarie, ma anche nella mancanza delle risorse mnesiche per ricordarle. L’applicazione della quarantena inoltre può essere molto complicata da mettere in atto, sia in seguito al contatto con una persona ammalata o a rischio, sia quando il paziente con demenza dimostri sintomi di malattia respiratoria. Questa accentuazione dell’esposizione al contagio può spiegare perché la demenza sia una comorbidità osservata della malattia da SARS-CoV-2.
Il confinamento e l’isolamento, sia al proprio domicilio sia in strutture medico- assistenziali, sembra costituire inoltre un fattore certo di aggravamento dell’insieme dei sintomi della demenza. Il paziente subisce, infatti, un’alterazione brusca del suo quadro di vita con una conseguente accentuazione dello stress e dell’agitazione. La demenza è per altro un fattore critico da prendere in conto quando si valuta l’opportunità di un ricovero. Il divieto di accesso ai familiari nei reparti COVID-19 mette il paziente demente in una situazione di ansia, confusione e delirio: si trova in un ambiente sconosciuto, non è in misura di comunicare con gli operatori sanitari e non sa prendere decisioni autonomamente.
Queste considerazioni mettono in luce un’altra criticità di questa situazione: il ruolo e la sicurezza
dei caregiver. Senza l’appoggio delle strutture di accoglienza diurna e di un normale tessuto sociale, i familiari degli anziani affetti da demenza possono sentirsi disarmati e sotto pressione
Per l’anziano degente in strutture medico assistenziali lo squilibrio deriva senz’altro dall’interruzione delle visite da parte dei familiari e dalla regolazione o diminuzione dei contatti umani e delle attività all’interno del centro di accoglienza stesso. Peraltro le misure di isolamento e di contenimento sono difficili da applicare, aumentano il rischio di incidenti, l’agitazione dei pazienti e la necessità di trattamenti farmacologici complementari.
A questi problemi si aggiungono la penuria di personale e un bisogno specifico di materiale di protezione che rendono la gestione della situazione complessa e i bisogni economici importanti.
In un contesto in cui tutti i canali di comunicazione telematici si sono dimostrati spesso l’unica risorsa per rispondere alle esigenze di confinamento, anche per l’anziano con demenza e i suoi caregiver questi strumenti possono costituire un supporto interessante e talvolta risolutivo sia per mantenere il contatto sociale a distanza che per erogare una nuova forma di assistenza.
In una situazione di emergenza sanitaria del tutto inedita, la cui evoluzione è incerta e poco predicibile, è importante dunque cercare soluzioni a lungo termine per proteggere gli anziani con demenza. Questo implica sia una valutazione dei costi, sia una riflessione più generale sull’equilibrio necessario tra la salute e la dignità del singolo e la sicurezza della collettività.